...tante finestre differenti, come lo sono fra loro gli esseri umani e i loro punti di vista sul mondo.

Le finestre spalancate da

le mie 5 Terre...

le mie 5 terre...mi piace uscir presto, respirare il mattino prima che troppi mi privino dell'umore migliore. Son uscito di casa alle 5, alle 6 sudavo già ma stavo da dio e ho visto un mondo che scorre ancora lento, come piace a me. ho camminato lungo un crinale di roccia e ginestra, leccio e corbezzolo godendo dei profumi mischiati, delle foglie secche sotto le suole, del canto delle piccole cince e del lamento mattutino di una volpe forse ancora poco avezza ai ritmi della sua giovane vita...sono sceso verso Portovenere finchè non ho visto l'infilata Chiesa, Palmaria e Tino sapendo già che il Tinetto rimane nascosto ma il lontano profilo delle Apuane m'addolcisce quella che potrebbe esser la delusione più grande...per far belle foto da qui bisogna venirci al calar della sera quando la luce rossastra incendia le alte pareti di roccia. Risalire verso Campiglia è stato facile, non più una sofferenza come quando fumavo e poltrivo, ora il fiato c'è ed è bello accennar tratti di leggera corsa, spinger sulle caviglie nelle salite brevi e secche e goder nel sentire le tempie pulsare e il sudore salato scender dalla fronte. Una piccola sosta, il caffè, due scatti tra le case colorate ma mal riattate, senza aver un'occhio al passato quasi a voler nasconder volte e archi, incastri arditi di pietre troppo grandi per la moderna schiera d'improvvisati muratori...ho vecchie foto di mio padre, emigrante in Svizzera, canottiera e muscoli scavati più che scolpiti, carpentiere con i suoi luogotenenti e boccia intento a costruir palazzi, con i pochi mezzi di allora ma con decine di persone ad ammirar estasiate, ma questa è un'altra storia...insomma, il paese è bello ma potevan far meglio, il caffè buono e il cielo ancora blu anche se qualche leggera velatura è foriera di cambiamenti. Imbocco il sentiero per Schiara, prossima meta, Monesteroli lo lascio per quando ci andremo insieme, e tra roselline selvatiche, ginestre, erba alta e rapidi fruscii scendo tra terrazzamenti incolti, alberi imponenti, piani inclinati franosi e castagni in fiore fino a sbucare nel paradiso terrestre, il mondo che vorrei, l'impasto divino a lungo bramato fatto di muri di pietra a secco e contorti filari d'uva. ora il sole comincia a far male, picchia perpendicolare riducendo l'ombra ad una chiazza corta tra i piedi che quasi c'inciampi, ma laggiù sotto l'ultimo filare, l'ultimo tetto di tegole rosse...c'è il più bel mare che si possa volere, che in pochi metri dalla scoscesa riva sprofonda in scuri abissi e assume il colore del suo esser profondo ma questa è un'altra storia, anzi la storia continua. Buonanotte, o meglio, buongiorno.



Cronache di un dialogo

Un giorno, arriva.
Quando meno l’aspetti, arriva. Bussa alla porta.


La chiamano delusione.

A volte, amarezza, mentre per altri è saggezza..All'inizio fa male... Poi, con l'andare del tempo la delusione si trasforma in coscienza e la coscienza, in consapevolezza.


Ti deludono gli amici. Ti deludono le leggi, le persone in cui hai creduto, quelle che hai ammirato quelle in cui avevi intravisto valori. Talvolta capita che ti deluda chi hai amato.


Poi ti riempiono di domande: Perchè sei così schivo?

E tu stai lì, osservi... Li osservi e comprendi... Sì, comprendi che in te c'è qualcosa di differente.


Perchè qualcosa ti ha toccato. Perchè hai attraversato un territorio che ti ha cambiato.

Gli illuminati sono come irraggiungibili. Poco si sa di loro. Una volta conosciuti però, si rivelano innocui,tanto da essere scambiati per persone normali. Gli illuminati si celano dietro creazioni colori, interessi e tutto ciò che ruota attorno alla creatività. Talvolta, essi arrivano a considerare le parole come un'eredità scomoda, una ferita maledetta e santa di un mondo votato alla superficie.


Le persone comuni, si sa amano la pelle e l'interesse e non c'è da meravigliarsi se, da che mondo è mondo, svanita l'attrazione, non rimane che sabbia e fumo.

Gli illuminati amano invece senza ragione. Forse amano l’amore. La forma più pura d’amore. Perchè non credono che l'anima debba essere nascosta nè nascondersi. Nè che essa debba seguire intrighi giochi, finzioni, sistemazioni o tornaconti e soprattutto sono convinti che il cuore venga prima della ragione, la fiducia prima della fede e la coerenza prima delle parole spese gratuitamente, come non costassero nulla.

Perché le persone comuni cosi fanno. Pronunciano parole...ti amo, ti voglio bene o altre ancora, diverse,che tuttavia, sulla loro bocca evaporano come vapore a novembre. E sono semplici sillabe sulle loro labbra.E quelle pronunciano. Con leggerezza, perché trovano piacevoli quei suoni Colonna sonora dei loro calcoli.

Le persone comuni amano soltanto se amate o se rinvengono convenienze. L'illuminato crede che amare significhi accettare: contraddizioni e limiti. Avere attenzione, dedizione pazienza per far crescere l’amore. Per elevare se stessi dentro l’amore. E che quest’ultimo sia come un’apertura, una porta, una prima soglia, un percorso che si apre.

Gli illuminati, li riconosci per una discrezione innata Nel rifuggire il gregge, le scorciatoie più facili. E nello scavarsi casa nel silenzio.

Nell'ostinata ricerca dell'equilibrio sull'abisso. Si suppone che la loro sensibilità sia pari alla loro pena. La diffidenza pari alle ferite ricevute. Perchè sono chiusi, introversi e per certi versi inamabili

Poiché impermeabili all’amore comune. La natura li ha resi fragili ma indomiti e forse per questo così attraenti


Disillusi e al tempo stesso cultori dell’illusione,ondeggiano nel mondo come dentro ad una visione A vederli sembrano far parte del mondo degli uomini ma il loro segreto è racchiuso nel disincanto nell’aquilone dell’immaginazione.
E' improvvida come 
un giorno mancato
Così 
sorpreso
ti lascia toccato 
dal nucleo incandescente
della vita
Evapora parole
come l'anima umida 
della terra
allo scialbo sole di Novembre
Ti scava casa nel silenzio
mentre ti ostini
a stare in equilibrio sull'abisso
Nell'illusione
coltivi il disincanto
dell'immaginazione
che s'apre di respiro
dentro la poesia
o t'incoraggia 
nella melodia
di una musica lieve
senza sguardo
percorri
ipotetici orizzonti


Estrapolata, quasi scritta a quattro mani (all'insaputa dell'autore) interagendo con il post - Gli Illuminati - del blog "Curiosi del mare"- di CKlimt che posto qui sotto...
Spero che l'autore non me ne voglia





Risposta di CKLIMT:  Ma scherzii!? Perchè mai dovrei volertene? Anzi è stata una totale sorpresa arrivare e leggere queste parole in cui sentivo un'eco ben familiare. Solo giungendo in fondo, ho poi inquadrato questo esperimento che hai fatto.

Sai cosa? Piu' di una volta mi capita di pensare...che tu sapresti dire con più concisione e asciuttezza ciò che a me costa parole, immagini e un più lento dire. Arrivi tu e vai dritta al cuore di ciò che intendo io. Non so se riesco a spiegarlo bene
A questo punto però ne sono convinto. Prendi il Post "Gli illuminati"...io a rileggerlo ora, a distanza di tempo, ci sento come un andare "elicoidale", come un salire seguendo un ritmo circolare, un precisare a più riprese, un riprendere ciclico per cogliere con più esattezza.
Son convinto che tu avresti scritto con pari efficacia utilizzando meno della metà di quelle parole.
:-) Amo le sintonie... e te ne sono grato.


                                          [    autori: SOLELUNA  ]

...Compra il pane, ci vediamo a casa



È un lavoro duro, il campo va preparato, i sassi levati e lo si fa a mano.Le crepe nelle mani e le unghie si riempiono di terra e polvere.
Poi si solca il terreno, lo si rigira in profondità, ci vuole tempo e sudore anche se si usano gli animali per trainare il vomere.
Poi finalmente la semina, è fine ottobre e per i Morti si vede il risultato del lavoro.
C’è qualche mese da attendere ancora, ma sono mesi di attesa solo per il grano. Tutto il resto continua e la farina dell’anno passato permette di mangiare adesso.
Ogni anno cosi. Ogni anno la schiena sempre più curva e il manico delle falci sempre più logoro.


È luglio e la falce sfianca letteralmente. Si fanno i covoni e li si lega con altri gambi di grano.
La trebbiatura riempie le aie di polvere, ci si aiuta tra famiglie e alla sera si fa festa.
Il grano è a casa! Si può essere felici.
Grandi sacchi pieni vengono portati al mulino appena fuori dal paese.
Cosa c’è di più naturale della forza dell’acqua di un’enorme ruota?
Ma sono ancora tempi in cui non si fa caso all'energia pulita. C’è solo quella ed è normale che sia cosi.
Sembra quasi un miracolo che quel rigagnolo muova tutti quegli ingranaggi di ferro pieno.
Cigolano, sfregano ma si muovono e un po’ di grasso qua e la assicura il funzionamento senza troppi problemi.
La farina è fatta. La crusca anche.
Il pane è assicurato, ce n’è anche per la torta alla festa del paese e per qualche focaccia nei giorni migliori.
Le stesse mani tagliate e rovinate, dure come le zolle di terra che andavano rotte mesi prima ora finalmente dividono in due una fetta di pane.
Se diventa duro lo si mette nella “zuppa” al mattino. È la colazione più buona che ci sia.

- Ma quanto pane hai preso?
- c’erano solo confezioni grandi all’esselunga, e poi ci sono i punti fragola
- si ma abbiamo mangiato un panino, non ho fame, domani è da buttare
- si buttalo
- cambia canale, c’è la pubblicità, come si chiama quell'attore li che fa il mugnaio del mulino bianco?...





soffice come la neve

c'è un distesa davanti a me
mi fai togliere parole dalla cenere
la mano accarezza la mano
le dita sfregano le dita
sotto l'occhio che osserva
la polvere grigia stendersi
coprire pori e sentieri

mi da una fragranza polverosa e pulita
la cenere fra le dita
quel guanto grigio ma candido
definitivamente assolto dalle regole

fare ordine fra la cenere è inutile
un passo incerto che esplora un sentiero di neve
forse sabbia pura di una spiaggia sognata
o quella vera del deserto annusato

andare avanti a camminare
poi sedersi a giocare
riempire i polmoni
soffiare
in faccia alla vita




Mi sia consentito il dire

Nel 1892, appena compiuti sei anni, mia nonna Seta seguì tutta la famiglia che emigrava in Brasile, a lavorare in una piantagione di caffè.
Durante il viaggio, nacque un fratellino, e, siccome il bastimento si chiamava Edilio Ragio, a lui venne dato il nome di Edilio.



Tantissimi anni dopo, oramai anziana, amava raccontare della frutta esotica che aveva scoperto : ananas ( bakasì ), cocco, manjoca, banane,  delle bestie feroci che le facevano paura, e dei serpenti che si insinuavano persino nella loro capanna.
La vita era durissima, e lei ricordava con orgoglio quella volta in cui , ancora bambina, aveva saputo riportare a casa il fratello Pepp, arrestato dagli sgherri del padrone perchè colpevole di un piccolo gesto di ribellione.

Più di dieci anni dopo, tornarono tutti quanti al loro paese. Mentre i suoi genitori aprivano, con i pochi soldi avanzati, un' osteria, lei portava tutti i giorni da mangiare e da bere agli operai che stavano costruendo la nuova strada ferrata.

La ferrovia
acrilici su faesite cm 50x70
di Giada Ottone

Quella stessa ferrovia che ora, dichiarata "ramo secco", è stata dismessa.
Dopo, mi sia consentito il dire, più di centodieci anni di onorato servizio.


Costantino


 

Memoria digitale



Memoria digitale

Sono stato qui.
Ho toccato il tavolo
un sasso
il nostro cane
il vento, entrato all'improvviso
dalla finestra aperta.

Sono stato qui.
Dalle mani di mia madre
usciva ogni giorno il pane;
scacciavano
le sue mani
ogni mattino
lo spettro della fame.
Questo faceva di lei
l'insostituibile ingranaggio
dei giorni da attraversare
fino all'argine del fosso
da saltare
lesti.

Sono già stato qui.
Tieni sempre le tue mani bene
in vista, pulite
aperte
e tocca
ogni cosa
come fosse la prima
e l'ultima.


Maria



vicoli stretti e ampiezza di...vedute




un passaggio angusto...quasi un voler costringer le persone ad incolonnarsi in fila indiana. Mi son trovato spesso a passar sotto quelle edere e ad immaginar la vita tra quelle scalette e quegli austeri portali di pietra, ho chiuso gli occhi per sentir in quel denso silenzio vociar di madri e schiamazzi di ragazzini sguscianti...gli uomini a lavorar nelle cave, e mi ha quasi strozzato il magone nell'ora più bella del giorno, al calar del sole, nel godere dei profumi di un meritato e atteso desio. E dopo? dopo c'era il mese mariano, maggio, con i suoi fiori e i suoi odori, a venir fuori dall'inverno tutti di corsa trafelati, a rotolar nell'erba...maggio era il dopo cena, le preghiere casa per casa, l'unico modo d'uscir di notte per noi quattordicenni ancora acerbi per andar per strada e per trovar la nostra. Maggio, rosari e lucciole, ch'eran così tante che quasi vedevi il sentiero nel bosco, tante quante le ciliegie che rubavi dal ramo più vicino alla finestra con ancora la lampada accesa....tante, come le cose che son cambiate...niente rosari, niente ciliegie ma un mondo nuovo e un nuovo modo. Ora c'è la città, il condominio, il pianerottolo dove se t'incontri non ti conosci e a malapena ti saluti, dove pochi son i sentimenti e molti i risentimenti dove però c'è il mondo globale, internet, la chat, il forum, dove tutti c'incontriamo e ci salutiamo, ci conosciamo e non lo sappiamo, ci vediamo anche se mai lo faremo davvero...mi piace molto questo tuo blog e mi spiace d'esser arrivato tardi con il mio piccolo fotogramma di vita. A presto.

Massa, Carrara, Colonnata

Della mia visita a Massa, nel 1980, mi rimane il ricordo del Castello, del Palazzo Cybo-Malaspina, della Basilica, ed una foto davanti ad una bella fontana.
Lo stesso giorno, a Carrara, a vedere il Duomo di Sant'Andrea, e a comperare tre stupendi gufetti in marmo che mi piace conservare ancora.
Andammo via col pensiero che qui non saremmo, purtroppo, più venuti : troppo vasta e troppo "ricca di bello" l'Italia per permettere un ritorno sui propri passi.

Invece, più di trent'anni dopo, eccomi, un po' per caso, di nuovo a Carrara, a riabbracciare con lo sguardo il centro storico e ad avventurarmi sulla strada delle Cave di Marmo.
A rimanere stupefatto di fronte a quei monti, bianchi non per la neve, che hanno favorito il genio di Michelangelo, Canova, Giambologna, addentrandomi curioso in una cava, autentica Casa di Giganti.
A verificare dal vivo quanto avevo visto e letto sui libri, illudendomi, per qualche ora, di essere scultore tra grandi scultori.


Carrara

 

Infine a Colonnata, paesino d'incanto sotto i monti Apuani, dove nessun menù, nessuna portata prescinde dal lardo, che permea del suo inconfondibile sapore persino i cioccolatini ed ogni dolciume.
Felice, un po' sorpreso, di essere tornato da queste parti, e di portare a casa nuove conoscenze e qualche piccola emozione.


Costantino


Lampi di felicità



Restare abbracciati nella notte
nella capanna
sotto le lenzuola
la tenda degli indiani
con il fuoco acceso
il naso freddo è un piccolo radar
vestirsi di pelle per guardare nel buio
svestirsi di tutto
per cullare una brace
restare abbracciati
aspettando l'estate
aspettando il sapore salato
della pelle sudata

Quando al buio
sotto le coperte ridi
so che vedi una luce
il lampo della felicità
il fuoco che al mattino
ancora riscalderà





Cando/Quando.

Cando t’ap’a lassare

Cando t’ap’a lassare sola-sola,
non lasses ch’in su coro sa tristura
si let su logu de s’amore meu;
lassa ch'abbarret issu, tott'intreu,
po t’indulchire in pettus s’amargura,
contàndedi assunessi calchi fola.
E si m’as a giamare, su mudine
t’at a risponder chi prùs non bi so;
ma non prangas e non ti disisperes;
sa vida nostra mudat, ite cheres,
a bortas ti dat gosu, a bortas no,
e tottu in custa terra tenet fine.


Quando ti lascerò

Quando ti lascerò sola,
non lasciare che nel cuore la tristezza
prenda il posto del mio amore;
lascia che lui resti, tutt’intero,
per addolcirti nel petto l’amarezza,
raccontandoti almeno qualche fiaba.
E se mi chiamerai, il silenzio
ti risponderà che non ci son più;
ma non piangere e non disperarti;
la vita nostra cambia, che vuoi,
a volte ti da gioia, a volte no,
e tutto in questa terra ha una fine.


  Giangavino Vasco 

orso
                                                                 

IERRU-INVERNO


Ierru

Carrigu de nieddas temporadas
Benit s’ierru, bezzu, tristu e canu,
E senz’ervas est tristu su pianu,
E sas forestas pàrene brugiadas.


Non puzzones c’allegren su manzanu
Cun sas milli pibias delicadas,
Su entu muinat intro sas foradas
E tristos colvos cantan a luntanu.


Gai est s’umanu istadu; rie rie
Fuit s’amare, fuit su cuntentu;
Passat de zuventude cudda die


Coment’una die ’e magiu senza entu.
Ma su dolore, simile a su nie
Falat continu frittu e lentu lentu.


Antioco Casula Montanaru



Inverno


Carico di nuvole tempestose
Viene l'inverno, bianco, triste e vecchio,
E senza l'erba è desolato il piano
E i boschi sembrano bruciati.

Nessun uccello che rallegri il mattino
Con i mille gorgheggi delicati,
Il vento fa mulinelli tra le gole
E tristi corvi cantano lontano.

Così è l'umana condizione; ridi ridi
fugge l'amare, fugge la felicità;
Passa ogni giorno della gioventù.

Come un giorno di maggio senza vento.
Ma il dolore, simile alla neve
cade continuamente, fitto e lento.



orso

L'albero della soffitta






Scendo le scale della soffitta
scatoloni ripieni mi accompagnano
assieme al suono dell'attesa
l'impazienza per le luci e tutto il resto
E non serve una pila ad illuminare
bastano gli occhi degli angeli
basta la loro gioia
il loro stupore
la loro curiosità
che è preghiera
Uno sguardo anche per loro
nel mezzo piano che non c'è
per scoprire un mondo fatto di ricordi
fatto di scatole e polvere.
La mano che accarezza quella polvere
per leggere una frase
il nastro marrone da strappare
mani tenere e voci squillanti
per quel mondo da svelare.





libellula in libertà


Libellula in libertà..

Snella in tutta la mia bellezza

Mi alzo in volo e svolazzo

Di qua e di là

Sbatto le ali e giro e rigiro in

Cerca di un rametto su cui posarmi

Continuo a volare e giro e rigiro

Finché il mio senso di libellula non vedente

Trova il rametto su cui posarmi.

Orso...


orso

Il bello dell'Italia per John Grisham

Fra i tanti libri che ho letto,ed i pochissimi che mi sono rimasti in un pezzettino di cuore,c'è di sicuro quello scritto da John Grisham, l'autore di Avvocato di Strada, ma soprattutto di quel meraviglioso affresco di una stagione passata qual'è La casa dipinta.

Ne Il professionista, Rick, giocatore di football americano, fallito in patria, tenta con poca convinzione un'ultima stagione agonistica in Italia, dove questo sport è giocato a livello amatoriale.
Il libro è ambientato a Parma, fra terre di grandi musicisti, come Verdi e Toscanini, scrittori illustri quali Guareschi e Bevilacqua, opere d'arte di sommo livello del Parmigianino e del Correggio.
Lo spaesato giocatore trova atmosfere uniche, l'amicizia genuina, una vera fratellanza, la buona cucina, un   modo particolare di applicare la legge, più "umano".
Viene persino invitato al Teatro Regio per l'Opera lirica.

Tra allenamenti serali conclusi inderogabilmente al ristorante, inviti a cena, manifestazioni di affetto, partite serrate e cruente vinte in tutta Italia, Rick trova, oltre al proprio riscatto, persino una bellissima ragazza del suo paese.
Straordinariamente avvinta da Cattedrali, Musei, Castelli, Romanico e Barocco.

Sarebbe però riduttivo liquidare il libro come una banale storia d'amore tra un giocatore di football ed una ragazza. Quello che emoziona è molto di più.Un atto di grande amore verso la città di Parma,il modo di vivere di noi italiani, le nostre belle abitudini,la nostra cucina,le automobili ancora col "cambio manuale".

Potrebbe, perfino, essere una iniezione di fiducia verso noi stessi.

John GRISHAM , Il Professionista
Oscar Mondadori, 1° edizione, gennaio 2009, pagg. 266.


Costantino

Raccoglimento


Raccoglimento
(Oratorio di San Vincenzo, Sesto Calende VA)
olio su faesite, cm 50x70 - 2010


Giada


L'autunno

Tra non molto demoliranno quella casa in cui un tempo quasi lontano abitavi, quella casa che a nessuno piaceva eppura a me sembrava la villetta più bella che avessi mai visto. Un edificio squadrato, senza tetto, con una immensa terrazza a fare da copertura. Quanto avrei voluto salirci sopra per guardare tutto il paese... Quella casa ho imparato a conoscerla durante i cinque anni di scuola elementare, in cui tu eri la mia unica amica. Che poi io ti trattassi quasi sempre con freddezza è un altro discorso.... E tu adesso sei lontana, non so quanto, ma abbastanza da sentire una nostalgia incolmabile. Moderata ma incolmabile.
Devo ancora capire se sto scrivendo di te o della tua casa, oppure se come per me sei ancora unita ad essa. Un ponte stretto e incerto che mi collega in qualche modo a te.. un viaggio nel tempo o un tuffo nei sentimenti.
Chissà se anche tu ricordi quel giorno che siamo saliti nel vecchio studio di tuo padre al terzo piano, al buio cercando con le mani i passi giusti per non cadere o inciampare fra tavoli e sgabelli girevoli.
Che bello quel filo di luce che entrava dagli scuri, senza illuminare davvero, ma lasciando una traccia indispensabile per orientarsi.
Con una mano tenevi la mia, con l'altra cercavi l'interruttore della lampada da tavolo, che serviva solo ad amplificare le nostre ombre, la penombra per me di un viaggio avventuroso alla ricerca di qualche foglio per disegnare con i nostri pastelli.
Scatoloni e scatoloni, cartelle e registri su dispense metalliche, costituivano l'arredamento di quello studio trasformato in soffitta, o archivio di non ricordo nemmeno cosa. Arredamento completato da due grandi tavole posizionate a elle e tre o quattro sgabelli metallici con le ruote di cui mi ero subito innamorato.
Adesso quella casa è stata divisa in due. Una parte è diventata un deposito di fusti di birra e bevande. L'altra, quella da demolire, è destinata a far posto ad una serie di villette a schiera, la parte finale di una complesso che esteticamente forse sarà più aprezzato di quella strana casa.
Due giorni fa, all'imbrunire sono entrato, a distanza di quasi trent'anni, di nuovo in quella casa. Passeggiavo nella via del passato e mi sono avvicinato troppo per non provare ad abbassare la maniglia della porta sul retro. Ho attraversalo la porta in cui avevo visto uscire molte volte tuo padre, tua madre ma che mai avevo varcato prima. Ho faticato qualche istante a mettere insieme i rimasugli di memori che componevano il ricordo.  Tutto spoglio, ma tutto intatto. L'autunno.
La cucina, la sala, la porta che probabilmente portava al bagno e in fine le scale... Gradino dopo gradino le ho attraversate con il cuore che batteva forte.
Si.. attraversate. Perchè ogni gradino era come trascinare anche te.. Sono andato dritto, con il fiatone e una paura sconosciuta, dritto al terzo piano. Li sembrava essersi fermato il tempo. Mancava solamente l'arredamento cartaceo. I due tavoli erano stati spostati verso le finestre senza più gli scuri, uno sopra l'altro, appoggiati di schiena l'uno contro l'altro, mentre erano rimasti solo un paio di sgabelli, o forse erano sempre stati due. La luce entrava libera, ad illuminare la polvere opaca sui tavoli, la polvere brillante nell'aria.
Guardavo il secondo tavolo rovesciato... si leggeva ancora perfettamente il mio saluto..
"ciao Elena"







Magia



Cos'è la magia?
E' l'attimo nel quale tutti gli elementi circostanti, naturali e no, entrano in simbiosi con i nostri sensi e creano un momento unico e sublime. Spesso fugace.
La vera magia sorprende, circuisce. E' il primo sorriso del figlio appena nato, è la notizia che ce l'abbiamo fatta quando sembrava persa ogni speranza. E' vedere finalmente l'aurora dopo una catena interminabile di tramonti, è il gol al 90° dopo essere stati in svantaggio per tutta la partita.

E' la fotografia perfetta, scattata esattamente nell'attimo in cui tutto era giusto.
Un millesimo di secondo prima gli occhi sarebbero stati chiusi, il treno troppo lontano, il mare agitato, il gabbiano posato.
Un millesimo dopo il sorriso sarebbe svanito, il treno già passato, il mare scuro, il gabbiano un fastidioso graffio nell'orizzonte.

E' la sequenza irripetibile di note legate da un tempo segnato dal destino, che non può essere che quello, né troppo lento né troppo veloce. Quello e solo quello.
E' la musica dimenticata che ci abbraccia proditoriamente una notte, quando siamo alla guida, completamente immersi nel buio e circondati dai monti e dal mare che non vediamo, ma sentiamo accanto. Siamo ipnotizzati dal fascio di luce sull'asfalto, imbevuti di pensieri e cieli stellati, quando all'improvviso partono le prime note di una vecchia canzone, rimasta nascosta per decenni.
Gli occhi leggermente socchiusi, il formicolio nella testa e una leggera esitazione nell'aumentare il volume dell'autoradio ci fanno capire che la magia si è creata.

Ma se la magia fosse tutta qui, potremmo in qualche modo prevederla, anticiparla, provocarla. Invece, ribadisco, la vera magia deve sorprendere, circuire.

E' la fotografia perfetta, scattata esattamente nell'attimo in cui tutto sembrava fuori posto.
Un millesimo di secondo prima i capelli sarebbero stati ordinati, la ballerina sul palco perfettamente a fuoco, il promontorio nitido.
Un millesimo dopo i capelli avrebbero avuto modo di riassettarsi, la ballerina di riacquistare contorni precisi, il promontorio di liberarsi dalla foschia.
Per descrivere la magia non c'è niente di più adatto di una meravigliosa foto mossa, sfuocata, controluce. Una foto involontaria, casuale, trovata mentre ne cercavamo un'altra, ma che non cambieremmo per niente al mondo. Alchimia impenetrabile.
Una volta chiesi a Gianni Berengo Gardin se gli fosse mai capitato, nel corso della sua lunghissima esperienza di fotografo, di notare -- durante lo sviluppo di un rullino -- particolari inseriti nelle foto senza volerlo. "Succede praticamente sempre", rispose.

E' la sequenza improvvisata di note legate da un tempo non scritto, vivo soltanto nella testa del musicista, senza passato né futuro, morto mentre nasceva eppure eterno.
E' il concerto di Colonia di Keith Jarrett o l'assolo di sax di un brano jazz mai suonato prima d'ora.
E' una passeggiata nel bosco che non so ancora quando farò, è un tuffo nell'acqua che adesso non esiste, è un ricordo che sta arrivando dal futuro, sono gli occhi di mia moglie in mezzo a milioni di altri.

La magia mi ha sorpreso e circuito solo quando non l'ho inseguita. E, come sempre, ci rincontreremo in tutti gli istanti che non so se vivrò, ma ho già vissuto mille volte.

Mansardo


Craros de luna


Craros de luna

Craros de luna sun sos ojos tuos,
po custa notte ch’est in coro meu,
e mi donan a s’ànimu recreu,
ca de lugore nou mi lu tinghen;
de ganas ismarridas mi l’inchinghen,
chi si faghen su logu in mesu ‘e ruos.
Un’armonia est sa ‘oghe tua,
chi mi prenat de sonos custa mente,
e chi m’ammuntat su chi m’est dolente,
‘estìndemi de gosu onzi lamentu.
E si pesat, lezeri, custu ‘entu,
chi bolare mi faghet, a s’accua.
E pigo, cun sas alas imbetzadas,
subra de chimas altas, erboridas,
ca tue onzi sentidu mi nd’ischidas,
su samben inchendìndemi in sas venas.
Pòberu m’intendìo; pagas renas
tenìo de s’amore, ismentigadas.
E non creìo prùs de m’abbizare
ch’esistit unu mundu prenu ‘e lughes;
e tue a’ custu logu mi che giughes,
cun cussos ojos chi m’an incantadu.
Onzi dolore tue m’as sensadu.
Si tottu est beru, timmo ‘e m’ischidare.
E paret ch’in su sonnu mi dimandes,
a boghe lena, si bene ti cherzo;
e tando cust’amore a tie offerzo,
nàndedi chi de te non fatto a mancu.
Ma ti prego, abbàrram’a fiancu;
fàghemi cumpanzia, non ti ch’andes.
Ca regaladu m’as una fortuna,
po custu coro tristu e allizadu.
A costas tuas pasu apo agattadu,
e d’esser biu como so siguru.
De lughe as aundadu cust’iscuru,
cun cussos ojos de craros de luna.


Chiari di luna

Chiari di luna son gli occhi tuoi,
per questa notte che è nel mio cuore,
e mi ristorano l’animo,
perchè di una luce nuova lo dipingono;
lo cingono di voglie smarrite,
che si fanno spazio in mezzo ai rovi.
Un’armonia è la tua voce,
che mi riempie di suoni questa mente,
e che mi copre ciò che mi è dolente,
vestendomi di gaudio ogni lamento.
E si alza, leggero, questo vento,
che, di nascosto, mi fa volare.
E salgo, con le ali invecchiate,
sopra alte cime erbose,
perchè tu ogni sentimento mi risvegli,
accendendomi il sangue nelle vene.
Povero mi sentivo; pochi granelli
avevo dell’amore, dimenticati.
E non credevo più di accorgermi
che esiste un mondo pieno di luci;
e tu in questo posto mi conduci,
con quegli occhi che mi hanno incantato.
Ogni dolore tu mi hai calmato.
Se tutto è vero, ho paura di svegliarmi.
E sembra che nel sogno mi chieda,
a bassa voce, se ti voglio bene;
e allora quest’amore a te offro,
dicendoti che di te non faccio a meno.
Ma ti prego, restami a fianco;
fammi compagnia, non andartene.
Perchè mi hai regalato una fortuna,
per questo cuore triste e appassito.
Al tuo fianco ho trovato riposo,
e di esser vivo ora son sicuro.
Hai inondato di luce quest’oscurità,
con quegli occhi di chiari di luna.

Giangavino Vasco


 orso

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