...tante finestre differenti, come lo sono fra loro gli esseri umani e i loro punti di vista sul mondo.

Le finestre spalancate da

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Le piccole fiabe di Anna


(Leggerai lentamente
queste rapidissime cose
lentamente scritte?)



Dal cap. I: "Le Regine"



Era la figlia del Re


Era la figlia del Re,
ma non lo sapeva.

La foresta, le spine, le bacche,
erano amare.
La luna
si nascondeva.

Lei si guardava le mani
le braccia graffiate.
Aveva sete, aveva
tanta paura.

Chi passa, laggiù, che la terra
si scuote
e anche il cielo
si agita, corre,
sembra tremare?

Cavallo perduto, anche tu,
forse,
sei stanco?

Hai sete,
hai paura?
Lei si rannicchiava
nel tronco cavo di un albero.

La inseguivano i fulmini.
Finirà?
Albero, finirà mai?

Dormi, ora, addormentati,
cerva stanca,
riposa.


Anna

Garanzia della gioia




“A donde te escondiste, / Amado…”

(San Juan de la Cruz, Cantico espiritual, I,1)


Non un possesso ma uno spossessamento, una spoliazione, è il destino di chi si è inoltrato, anche una sola volta, anche per un attimo solo, in quel “claro” da cui tornare realmente indietro non si può.

Quell’attimo non sta più nel tempo: è il kairòs. Quello spazio non è più spazio geografico: è terra celeste, è l’Eden di cui avevamo perduto la percezione.
Eppure, quella  ritrovata capacità di percezione, quella finestra che per grazia improvvisamente si è aperta, non può far sì che il ritrovato paradiso non resti, comunque, un paradiso perduto.

Da qui la condizione paradossale di chi si sentirà ormai per sempre estraneo a tutto ciò che paradiso non è eppure dovrà riconoscere che, se  quella terra di Luce- e soltanto quella- è la sua terra, il suo luogo, il suo paese, essa tuttavia non gli appartiene: terra che gli ha dato, sì, notizia di sé, che egli potrà  -forse-  tornare ancora a contemplare, per rari barlumi di visione, ma sulla quale  porre stabilmente i piedi gli è precluso.

Il senso di esaltante prossimità ad un luogo di vita, vita quieta, luminosa, intatta,  l’istantaneo e definitivo riconoscimento del giardino, della “viriditas” (per usare il termine coniato da Ildegarda di Bingen), del verdeggiante -sempre rinascente-  mondo di verità che ti è  patria, casa, dimora: può darsi una condizione più beata di questa?

Il ritrovamento di quanto c’è, ormai,  per te,  di più prezioso (“O nobilissima viriditas / che hai le  radici nel sole…”), unito al senso e all’esperienza della sua inaccessibilità, della sua intangibilità (“noli me tangere”), del suo sottrarsi alla tua presa, del suo  svelarsi e del suo subitaneo nascondersi: può darsi una pena più grande, una più grande nostalgia?

Eppure: non è proprio la certezza di quella intangibilità su cui la tua presa  -la presa della tua vita non quieta, non luminosa, non intatta-  non può avere, in realtà, potere alcuno, non è proprio questo che, infine, ti fa riconoscere che cosa sia, come sia, il  bene vero, la  gioia,  il  paradiso?

Certezza acquisita a prezzo di disinganni e di errori infiniti, di un errare infinito. Inaudita e sempre apparentemente impossibile certezza. Inaudita, ignota, sul punto, sempre, d’ essere infranta e perduta: eppure sempre rifiorente certezza.

 “Garanzia della gioia”, ci spiega con poche folgoranti parole Emily Dickinson,   “è il suo rischio perenne".

 Anna


 
Hildegard Von Bingen   O nobilissima viriditas

Chiari del bosco

“Il chiaro del bosco – dice Marìa Zambrano-  è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite  e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. E’ un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra più nulla, nulla che non sia in un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’ istante e che mai più si darà così.  Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. E’ la lezione più immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. (…) Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano.”

(Marìa Zambrano, Claros del bosque, 1977. Traduzione dallo spagnolo di Carlo Ferrucci, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 11-12)

Musiche, figure, parole, canti, volti che, non cercati,  improvvisamente sfiorano e unificano la tua mente e ti fanno trasalire per il senso di “Vita Nova” che trasmettono… Eventi che, tra terra e cielo, si dischiudono,  ogni volta , proprio così:  come “un luogo intatto”, "un centro", “un altro regno” abitato e custodito da un’anima,come una discontinuità rispetto ad ogni dato noto, prefigurato, risaputo,  che è,  insieme, un improvviso riconoscimento…Quanto spesso accade!…

A questi "luoghi",  radure d’ombra e di luce, di raccoglimento e  risveglio, che sono simultaneamente la tua dimensione più segreta e quella che, soprattutto, vorresti comunicare e condividere, io dò ora, dopo aver letto questo libro di Marìa Zambrano, il nome di “chiari del bosco”.

“Chiari del bosco” sono certi dialoghi tra bambini. Certi portoni su inattesi misteriosi cortili, o chiostri, o fontane in mezzo a un giardino. Certe voci  non sai se umane o angeliche che senti levarsi  nel silenzio d’una perfetta liturgia. Certi gridi di uccello. Certi racconti di compiuta bellezza che ti placano e che ti inquietano. Certe frasi, che leggi o che ascolti e che non riesci a dimenticare.

Yuri Norstein   Ёжик в тумане
(Riccio nella nebbia)

Così un grande maestro del cinema di animazione russo, Yuri Norstein, comincia a narrare la genesi del suo film “Il riccio nella nebbia”: “Da tempo  avevo voglia di fare una storia nella quale lo spunto doveva essere una foglia d’autunno che cade al suolo. ..“. Ecco, questa frase è proprio  un preciso esempio di quali siano, e di come siano,  per me  - per ognuno sono diversi-  i “chiari del bosco”.

Anna

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